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venerdì 1 aprile 2011

Radiazioni con Bandiera Blu

Di Gianni Lannes

Sembra il mare di nessuno. Dove, chi vuole, può affondare le proprie carrette colme di rifi uti pericolosi e intascare il premio assicurativo in uno dei luoghi più suggestivi della costa Adriatica: le aree protette delle isole Tremiti-Pianosa e il parco nazionale del Gargano. Left ha scovato e ricostruito la storia di alcune imbarcazioni inabissate con a bordo un carico di spazzatura tossica e radioattiva. Armati di sonar e ecoscandaglio siamo andati in mare aperto e ci siamo immersi fi no a 60 metri di profondità. La pesca questa volta ha dato i suoi frutti. Le informazioni raccolte a Londra, presso la sede dei Lloyd’s, combaciano con le indicazioni dei pescatori sipontini.

Al largo del Gargano, in direzione delle isole Pelagose, Left ha individuato numerosi relitti. Navi e barili lasciati marcire nel mare e sulle spiagge. La prima imbarcazione, carica di scorie tossico-nocive, porta il nome Selin (1.712 tonnellate di stazza lorda). Uffi cialmente è stata autoaffondata il 10 aprile 1989. Poco più in là, nei pressi di Pianosa, riposa il peschereccio Arcobaleno. Secondo quanto si apprende dalle comunicazioni radio con la Capitaneria portuale, è il 12 settembre ’91 quando gli uomini d’equipaggio, testimoni involontari, assistono allo sversamento di bidoni metallici ad opera di un mercantile sconosciuto. L’imbarcazione da pesca viene successivamente speronata dalla nave di 2.582 tonnellate di stazza lorda. I pescatori Giuseppe e Saverio Olivieri e il collega Matteo Guerra risultano dispersi. Il motopesca è adagiato su un fondale a 110 metri. Nello stesso scenario acquatico, 18 miglia a nord-est di Vieste - a 135 metri di profondità - giace l’imbarcazione Messalina. Dai riscontri uffi ciali risulta speronata, il primo maggio 1995, dalla nave Esram (12.670 tonnellate di stazza lorda). Identico copione: la nave cisterna turca viene scoperta alle ore 20 mentre abbandona in mare il suo carico speciale. Le condizioni meteo-marine appaiono ottime. L’Esram urta e affonda deliberatamente il peschereccio di Manfredonia e poi fugge a Rijeka in Jugoslavia. Muoiono Michele Attanasio e Antonio Andretti. Il sostituto procuratore della Repubblica, Giuseppe De Benedectis, ritrova la nave, poco tempo dopo, in Sicilia. La mette sotto sequestro ma non riesce ad individuare i colpevoli. Trascorrono meno di tre anni e, l’8 marzo ‘98, cola a picco a 12 miglia est al largo del Gargano, con mare calma piatta, il peschereccio Orca Marina. Muore il giovane Cosimo Troiano. «I container sono stati individuati», scrive nel rapporto il capitano di fregata Vincenzo Morante. In una nota riservata – di cui nessun civile era a conoscenza – inviata dalla Capitaneria di Porto al comando navale dell’Adriatico, è scritto: «Il sinistro marittimo potrebbe essersi verifi cato a causa del probabile incattivamento dell’attrezzo da pesca a strascico in un ostacolo presente sul fondale marino. Inoltre, dall’esame delle deposizioni testimoniali rese dai naufraghi, è risultato che tale ostacolo potrebbe essere uno tra i tanti container presenti nella zona, sbarcati tempo addietro da nave sconosciuta. Pertanto si prega di disporre un’accurata perlustrazione all’interno dell’area dove giace il relitto». Potrebbe trattarsi del mercantile bulgaro Osogovo, l’ultima nave avvistata ad abbandonare il suo carico di morte.

Nell’estate del ‘98 il cacciamine Vieste localizza la motobarca, mentre la nave Anteo trasporta i palombari del Comsubin che recuperano il corpo del pescatore e fi lmano i container. La notizia del ritrovamento del cimitero subacqueo di rifi uti rimane però “top secret”. «Attualmente sappiamo dove sono i container che i pescatori locali hanno provveduto a segnalare con l’ausilio del Gps», dichiara nel carteggio il comandante De Carolis. «A tutt’oggi, fatto grave – argomenta il senatore Francesco Ferrante – la Marina Militare non ha ancora fornito all’autorità giudiziaria i fi lmati che potrebbero far luce sulla vicenda dei rifiuti affondati in questo tratto del Mediterraneo poco sorvegliato». Nel cuore della riserva marina delle Tremiti non si entra se non con un permesso speciale che la Capitaneria non concede quasi mai. A ridosso dell’isolotto di Pianosa giace una nave battente bandiera cipriota. È la Panayiota che venne volontariamente affondata in questo paradiso terrestre l’11 marzo 1986. Il mercantile custodiva nella stiva circa 695 tonnellate di residui chimici.

Continua quì su "Il Gargano Nuovo"


martedì 29 marzo 2011

Arriviamo al nocciolo...

Mentre pioggia radioattiva comincia a scendere nelle dolci pianure degli Stati Uniti, mentre vengono riscontrate radioazioni fino a 50 Km di distanza dalla centrale, mentre plutonio radioattivo si disperde nelle Acque del Pacinfico inquinando il plancton e quindi tutte le catene alimentari dell' Oceano e mentre le prime tiroidi nipponiche cominciano a trasudare Iodio radioattivo 131...mass-media e giornali italiani già cominciano a non parlare più di Fukushima, mano mano che ci si avvicina alla data del Referendum...

Ma noi non ci stiamo.

Il ritrovamento di tracce di plutonio all’esterno della centrale di Fukushima puo’ essere una conferma del danneggiamento del nocciolo di uno dei reattori, ma non ‘dice’ nulla di piu’ sulla situazione nell’impianto giapponese. “Il ritrovamento non e’ strano, considerato il danno subito dalla centrale – spiega Giuseppe Forasassi, docente del dipartimento di Ingegneria Nucleare dell’universita’ di Pisa – fa pensare alla fusione parziale del combustibile dei reattori, ma potrebbe venire anche dal danneggiamento di quello esausto contenuto nelle centrali. Questo elemento puo’ poi aver trovato una ‘via di uscita’ dagli impianti di areazione o da qualche valvola, oppure da fessurazioni nel contenimento”.

L’episodio, spiega l’esperto, potrebbe forse portare a un innalzamento del livello dell’incidente: “Il plutonio e’ molto velenoso dal punto di vista chimico, piu’ che radiologico – spiega Forasassi - quindi il problema ambientale puo’ essere grave. Sembrerebbe da escludere pero’ una contaminazione su larga scala, anche se ne dovesse uscire ancora dovrebbe restare al massimo a 20-30 chilometri”.

Mentre le radiazioni dell’impianto nucleare di Fukushima incombono ancora sul Giappone, gli Stati Uniti decidono di bloccare l’importazione di alimenti dalle quattro prefetture nipponiche raggiunge dalle radiazioni, nel Nord-est del Paese. In particolare, la Food and Drug Administration ha annunciato lo stop all’import di latte fresco, verdura e frutta prodotti o lavorati nelle prefetture di Fukushima, Ibaraki, Tochigi e Gunma.

La Corea del Sud potrebbe essere la prossima a prendere una decisione simile, bloccando l’arrivo degli alimenti ad alto rischio contaminazione, mentre la Francia ha chiesto alla Commissione europea di armonizzare i controlli sulla radioattività nei prodotti che provengono dal Giappone. Il Paese colpito dal peggior disastro nucleare dai tempi di Chernobyl nel 1986, dal canto suo, ammette di aver trovato radiazioni sopra la soglia di sicurezza in 11 tipi di vegetali nell’area colpita, oltre che nel latte e nell’acqua, ma assicura che non ci sono gravi pericoli e sollecita il resto del mondo a non reagire in modo ingiustificato.

Il governo giapponese annuncia che la ricostruzione del Paese sarà basata sull'uso di fonti energetiche rinnovabili.

Ernesto Burgio fa parte del Comitato scientifico Isde-Italia (International Society of Doctors for the Environment ndr), e ti spiega la situazione della NUBE RADIOATTIVA in Europa e fa paragoni con Chernobyl e con le radiazioni in Grecia e Norvegia...

Fonti: Ecquo,

Cadoinpiedi


venerdì 4 febbraio 2011

Dati oscuri sulla marea nera

Da: Il fatto quotidiano

Non è passato poi tanto tempo dall’esplosione della piattaforma Deep Water Horizon di proprietà di Beyond Petrolium e – come del resto per molti altri incidenti simili – il calo di attenzione dei media sul problema diffonde quella strana convinzione che tutto sia risolto. Dei circa 760 milioni di litri dispersi in mare, invece, solo una piccola parte è stata recuperata attraverso lo skimming superficiale. Un’altra esigua percentuale – scelta avallata dall’emergenza dovuta alla vicinanza con la costa – è stata combusta in mare, separando la parte volatile dai residui più pesanti, finiti successivamente sul fondo del mare. I milioni di litri di solventi utilizzati, invece, hanno solo complicato la situazione. Sono infatti state immesse in mare sostanze tossiche e teratogene e pertanto molto pericolose per il delicato ecosistema marino della zona. Il Golfo del Messico non è prezioso solo dal punto di vista della biodiversità, ma anche e soprattutto perché è la riserva di pesca in grado di soddisfare il 20% della domanda interna agli Stati Uniti. Gran parte del petrolio sversato sembra scomparso dai rapporti ufficiali di BP sullo stato della bonifica, ma fortunatamente numerosi studi indipendenti sono stati portati avanti dalle tante organizzazioni impegnate sul posto, con esperti nel campo per valutare i danni all’ecosistema marino. Ne risulta che gran parte del petrolio disperso giace ancora su un’area di oltre 270 km quadrati di fondo marino e nella sabbia dei circa 1800 km di coste della Louisiana colpite dalla marea nera. Alcune spedizioni scientifiche hanno rilevato, sotto lo strato superficiale della sabbia, una componente di greggio che ormai si è amalgamata irrimediabilmente e la cui bonifica appare molto complessa. A questo petrolio nascosto va aggiunto quello accumulatosi nei cosiddetti oil plumes, ovvero degli agglomerati di composti più densi dell’acqua, che raggiungono anche 20 km di lunghezza, per 6 km di larghezza e uno spessore di 100 metri. Queste “nuvole” di petrolio galleggiano a mezz’acqua fino a circa 1000 metri di profondità, privando il delicato ecosistema marino dell’ossigeno necessario alla sopravvivenza e mettendo in pericolo l’intera catena alimentare. La notizia, confermata anche dal New York Times, lascia intendere che le cifre presentate dalla BP siano ancora frutto di manipolazioni per ridurre l’entità del danno percepito e che, al contrario, il danno reale stia minacciando seriamente la sopravvivenza di quell’ecosistema. L’amministrazione Obama ha contribuito alla disinformazione, facendo pressione affinché fosse minimizzato il flusso di notizie provenienti dalle zone interessate, avendo a mente il pessimo fallimento di George W Bush durante il disastro dovuto all’uragano Katrina, le cui polemiche non si sono mai spente completamente negli animi degli americani. La Casa Bianca, inoltre, non è ancora intervenuta sulla debole regolamentazione sulla sicurezza degli impianti. Molte piattaforme in alto mare, infatti, fanno affidamento alla loro ubicazione in acque internazionali per registrare gli impianti nel piccolo stato delle Isole Marshall, dalle deboli norme sulle misure di controllo e sicurezza, nonostante di fatto esse siano strettamente connesse agli impianti statunitensi di trattamento e raffinazione.
E pensare che basterebbe che gli Stati Uniti solamente imponessero livelli di consumo del parco auto circolante nel Paese simili a quelli europei, perché la richiesta nazionale di greggio si riducesse di circa 1 miliardo di barili di petrolio all’anno, contribuendo alla possibile chiusura di numerose piattaforme petrolifere o meglio ancora al calo del 90% delle importazioni di greggio dai Paesi del Medio Oriente. La volontà politica, soprattutto a livello internazionale, di regolamentare i mercati secondo i criteri della sostenibilità è la chiave che può aprire le porte di un vero cambiamento nei paradigmi industriali di tutti i settori produttivi, a partire dal reperimento delle materie prime e delle fonti energetiche.
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lunedì 24 maggio 2010

ZOOM: La Marea Nera

All'inizio sembrava "solamente" un altro grave incidente ambientale, in realtà è un incubo, una vera e propria catastrofe ecologica. Il 22 Aprile è sprofondata, nel Golfo del Messico, la piattaforma della Bp Deepwater Horizon e ora il disastro ambientale si è esteso fino al delta del Mississipi lungo le coste di New Orleans, della Florida e dell' Alabama.
La spaventosa Marea Nera continua ad ingrandirsi e potrebbe invadere la corrente del Golfo (che dal Messico giunge fino al nord Europa), con conseguenze inimmaginabili... I dati affermano che vengono immessi nell'oceano 5.000 barili al giorno di petrolio, altri dicono 10.000. Quello che certo è che fauna e flora locale sono enormemente compromessi, insieme a tutto l'equilibrio sociale ed economico che gira attorno a quei luoghi. La vocazione turistica dell' intera area è certamente pregiudicata, e anche i migliaia di pescatori e famiglie della zona sono ora in ginocchio senza lavoro ne' pane per i loro figli.
E cosa dire dell’ immenso disastro ecologico che si e' abbattuto nelle lagune e nelle spiagge della zona. Secondo l' organizzazione Moby Solangi del Marine Mammal Studies in Gulfport (che si occupa di studiare e salvare gli organismi minacciati dall’inquinamento), esistono 5000 delfini intrappolati fra la terra ferma e la zona di fuoriuscita del greggio. Un colpo durissimo per la popolazione dato che questo e' anche il loro periodo riproduttivo molto delicato per la specie, che in questi giorni decide il futuro delle generazioni prossime. Nelle paludi del delta del Mississippi vivono oltre 400 specie animali e a riva giungono continuamente tartarughe e pesci morti, oltre a uccelli ricolmi d’olio che vengono salvati (quando si puo’) e curati dai veterinari del Tri-State Bird Rescue and Research di Fort Jackson in Louisiana. La rete televisiva Abc monitora costantemente la zona e parla di un "disastro che si intensifica".
Insomma, anche questa volta l'uomo non ha esitato ed ha anteposto i suoi interessi a tutti gli altri esseri viventi.
"L'esplosione sarebbe avvenuta a meno di un giorno dalla messa in opera del cemento che avrebbe dovuto chiudere temporaneamente il pozzo. Forse il cemento non era di qualità. Forse non era stato pompato in modo da aderire correttamente alle pareti. Il tappo non ha retto e la potenza del gas in uscita ha sprigionato l'inferno". Parlano i lavoratori della Bp, che sostengono inoltre che la compagnia petrolifera fosse andata a pescare il petrolio ben oltre i 20 mila piedi di profondità consentiti.
Dopo la proposta di bruciare il petrolio e il fallimento della collocazione di una campana che a oltre 1.500 metri di profondità avrebbe dovuto bloccare il flusso di petrolio, si proverà a collocare un tubo di 15 centimetri di diametro che dovrebbe fungere da collettore per consentire il passaggio del fluido verso una pipeline che lo porti in superficie per essere infine sversato in una nave cisterna.
Obama dice "basta alle trivellazioni", ma queste multinazionali assetate di oro nero si metteranno realmente da parte? Sembra più un utopia che un'aspettativa reale. Bisogna trovare una soluzione tempestiva ed estremamente efficace. L'appello è mondiale: chiunque abbia un idea valida per risolvere la situazione si faccia avanti.
Tra i tanti, si e' fatto sentire Nicchi Vendola che propone una soluzione tecnologica tutta "Made in Puglia" per far fronte alla crisi della marea nera. «La Fluidotecnica Sanseverino, con sede a Bari, ha realizzato un sistema in grado di assorbire ed eliminare le chiazza di olio che si depositano sulla superficie del mare». L’Oilsep Cc Ecology, questo il nome del macchinario brevettato «è in grado di separare senza additivi chimici l’olio dall’acqua permettendo così una rapida eliminazione di tutti gli elementi inquinanti che galleggiano». Il sistema è interamente finanziato da un imprenditore barese, Michele Sanseverino, che ha utilizzato i risparmi di famiglia per creare questa macchina miracolosa gia' testata da grandi aziende (tra cui la Bosch) e oggetto di interesse nelle zone di estrazione di idrocarburi fossili, come l’Oman e la Nigeria.
«In collaborazione con il distretto della meccanica della Confindustria di Bari – ha dichiarato Sanseverino – siamo già al lavoro per preparare un piano d’azione e pianificare eventuali interventi. La macchina funziona e siamo pronti».
La crisi e’ inaudita, l’impatto incalcolabile e di certo, non conosce limiti doganali. E' necessario che tutta la popolazione mondiale si attivi nel cercare una soluzione valida, funzionale e veloce e non sarebbe male se anche nella martoriata Universita’ italiana, si affronti la tematica, in modo che la ricerca porti ad un risvolto positivo.

Valeria Gabrielli

giovedì 20 maggio 2010

Mare Nerum

MENTRE la marea nera arriva sulle coste della Louisiana, molti si chiedono cosa potrebbe accadere nel Mediterraneo, chiuso tra due piccoli stretti e trafficato quotidianamente da centinaia di navi traboccanti di petrolio.
Il Mediterraneo è considerato un mare ad altissimo rischio di inquinamento per idrocarburi. Nel 2000 sono infatti transitate 370 milioni di tonnellate di petrolio greggio e derivati attraverso il nostro bacino, circa un quinto del trasporto globale. Un valore questo, dicono gli analisti, destinato a crescere. Ciò che preoccupa di più gli esperti però è l'inquinamento cronico, quotidiano, quello che avviene sotto i nostri occhi.
Con 38 milligrammi di catrame disciolti in ogni metro cubo di acqua, il Mediterraneo sorpassa di gran lunga gli 0,6 mg per metro cubo del Golfo del Messico. Ciò nonostante, in quel settore dell'Atlantico ci siano ben 2304 piattaforme (tra petrolio e gas) operative, contro le 140 del sistema Mediterraneo-Mar Nero. Insomma, il nostro è il bacino il più inquinato del pianeta.
Nel Mediterraneo finiscono ogni anno più di 100 mila tonnellate di petrolio, diluite nel tempo, ma sempre tante rispetto le 650 tonnellate che la Deepwater Horizon sputa quotidianamente da diversi giorni. E da noi non c'è bisogno di alcun disastro. Collisioni, incidenti, o perfino atti terroristici incidono solo per il 20 per cento sull'inquinamento marino per idrocaburi. Le perdite croniche avvengono piuttosto durante le operazioni di routine delle navi cisterniere, come lo scarico delle acque di zavorra, o durante lo scarico nei terminali. A cui si aggiungono le azioni criminali compiute da alcune navi che lavano, illegalmente, le cisterne dei tanker in mare aperto. Per alcuni capitani il risparmio di tempo e denaro per le operazioni portuali vale il rischio di essere colti in flagrante dalle autorità.

Leggi il resto dell'articolo su Repubblica
Guarda le FOTO di Greenpeace del disastro in Luisiana

Nell' immagine, scie di petrolio a largo di Cipro.

domenica 11 aprile 2010

Con un poco di zucchero...

Firmati una ventina di accordi su nucleare, ferrovie, difesa e immigrazione. Una promessa di collaborazione particolarmente stretta fra i due dittatori democratici europei Berlusconi e Sarkozy. Stranamente non ci sono state barzellette, spogliarelli ne figuracce internazionali da parte dell' italiano: in questo caso si parla di milioni di euro, affari grossi e soprattutto, si parla di cose scottanti, cose nucleari. Si è sancita una stretta collaborazione fra i due popoli a cavallo delle Alpi: uno la Francia coi suoi 59 reattori nucleari; l'altro l'Italia con le sue 4 centrali chiuse (inseguito al referendum del 1988), ma che presto potrebbero riaprirsi assieme ad altre (si è sparato da 5 a 10 centrali), consacrando il ritorno del Bel Paese al bel nucleare. Ma in Italia c'è il problema "opinione pubblica" (quando si sveglia) e Berlusconi ha ammesso che la gente potrebbe non essere daccordo con i suoi fantastici progetti megagalattici...anche se ha già trovato una soluzione. Il nostro caro presidente del Consiglio infatti ha riconosciuto la necessità di dover convincere l'opinione pubblica sulla sicurezza delle future centrali, e in che modo potrebbe farlo se non con il miglior strumento di distrazione e malainformazione di massa? Berlusconi ai francesi ha detto che l'opinione pubblica italiana deve "maturare" e bisognerà persuaderla usando "la televisione per far passare la paura", magari anche con l'aiuto delle tv francesi che pubblicheranno testimonianze di chi vive vicino agli impianti atomici.
Forse era meglio non ammetterlo, forse non è bello che il capo del governo confessi pubblicamente che manipolando la televisione, si ottiene il consenso popolare per qualsiasi cosa. Chissà: è stata la gaffe del venerdì? Tanto una cazzata quando va all'estero deve dirla per forza...era questa? No, non era per niente una cazzata e Silvio è un grande: ha avuto il coraggio di ammettere apertamente che con la televisione si ottiene tutto. Per una volta, l'indagato Berlusconi ha detto la verità. Qua da noi funziona così: c'ho vinto le elezioni tante di quelle volte, ho saltato processi, evitato condanne, cambiato leggi...Sarkò, sei uno sfigato!
Con un poco di zucchero, la pillola va giù.
Pronti anni di campagna nucleare a suon di grandi vantaggi, sgravi fiscali, bollette più basse, centrali nucleari pulite, nuovissime, luccicanti e soprattutto sicure! La gente potrà coltivare pomodori giganti per dei ragù colossali, i bambini potranno giocare al parco rimanendo a casa grazie alle loro braccia di 100 metri e i comuni potranno finalmente permettersi di avere le luci di natale per le strade grazie all'esposizione diretta delle scorie radioattive!
Meno male che Silvio c'è.

Notizia Repubblica
Articolo informativo sul nucleare di Jacopo Fo

giovedì 8 aprile 2010

Aria fritta

A New York è partito il nuovo servizio di taxi condiviso: lungo tre percorsi prestabiliti di Manhattan, sarà possibile usufruire del taxi sharing fino ad un massimo di quattro persone per ogni corsa. Si tratta di servizio sperimentale di un anno, gestito dalla Taxi and Limousine Commission. Ciascuno dei percorsi del taxi sharing comprenderà fermate lungo Park Avenue e la misura è mirata a diminuire il traffico nelle città, abbassando così le emissioni di CO2 e il consumo di idrocarburi. I taxi condivisi saranno appositamente contrassegnati e presteranno servizio esclusivamente nei giorni feriali, tra le 6:00 e le 10:00 del mattino. La tariffa prevista per ogni corsa si aggira sui 3-4 $. I passeggeri potranno pagare con carta di credito o in contanti e i membri della Taxi and Limousine Commission saranno presenti alle fermate per assistere clienti e tassisti nelle fasi iniziali del programma. Secondo Matthew W. Daus della stessa commissione, "i newyorkesi sono pronti per questo tipo di servizio".
E in Italia? Non siamo ancora preparati a misure contro l'inquinamento così avveniristiche e costose..per ora preoccupiamoci di cose più importanti come la riforma della giustizia e il federalismo. Dopotutto, in Italia si respira aria buona...

Per stilare la classifica delle città italiane più inquinate dalle polveri sottili, è stato preso come dato di riferimento, quello delle centraline peggiori per l´anno 2009.
La città più colpita dalle polveri sottili risulta essere Napoli, con ben 156 superamenti (Ente Ferrovie), seguita da Torino (151 superamenti), Ancona (129), Mantova (126), Ravenna (126 superamenti), Frosinone (122), Milano (108), Alessandria (102), Pavia (100), Brescia (99). Un po´ più in basso nella classifica troviamo i 67 superamenti di Roma (Corso Francia), i 60 di Venezia, i 56 di Bari, i 50 di Bologna, i 48 di Palermo e i 45 di Genova. Guardando la classifica dal basso invece, a Matera è stato registrato un solo superamento, seguono poi Reggio Calabria con 4, poi Siena, Potenza e Viterbo con soli 5 superamenti.

giovedì 4 marzo 2010

Misure...contro l'inquinamento

Da ecoblog
Tempo fa su ecoblog pubblicavamo una ricerca che annunciava la riduzione delle dimensioni del pene degli orsi polari, causa inquinamento. Lo stesso restringimento si è notato per il pene dei maschietti italiani misurato a riposo a oltre 2000 ragazzi dai 18 anni in su di Padova.
Il fatto sembra essere dovuto a delle alte concentrazioni di sostanze chimiche inquinanti (idrocarburi poliaromatici come PCBs, HCB, DDT e compagnia bella) che interferiscono con il funzionamento delle ghiandole che producono gli ormoni sessuali. Gli studiosi hanno misurato il birillo di 2123 ragazzi diciottenni delle scuole superiori di Padova e provincia ed è risultato che, in media, la lunghezza del pene a riposo si è ridotta del 10% negli ultimi sessant’anni: vale a dire si è passati da 9,7 centimetri a 8,9. Cinquantadue ragazzi, poi, (il 30,7% dei quali obesi) avevano il pisello a riposo di 6 centimetri e i ricercatori l’hanno definito “micropene”.
Carlo Foresta autore dello studio e direttore del Centro regionale di crioconservazione dei gameti maschili dell’Università degli Studi di Padova, pone sotto accusa l’inquinamento ambientale e i suoi effetti “anti-androgenici”, legati in particolare a diossine, pesticidi, metalli pesanti, additivi di plastiche, vernici e materiali tossici liberati dai detergenti. «L’inquinamento danneggia lo sviluppo e la funzione dell’apparato sessuale maschile già nel periodo embrionale. Le dimensioni del pene sono androgeno-dipendenti e la crescita dell’organo si verifica nei primi quattro mesi di vita embrionale, entro i primi quattro anni di vita e durante lo sviluppo adolescenziale. E la riduzione di androgeni è legata anche allo sviluppo di tumori e all’aumento della sterilità. Un pene con qualche millimetro in meno non e' un fatto preoccupante di per se': il nostro non e' un allarme sulla capacita' sessuale dei giovani d'oggi. Quello che preoccupa - ha concluso - e' la proiezione nel tempo di questo fenomeno, che annuncia una tendenza all'androginia».
Non è dato sapere se l’ameno strumento quando adeguatamente sollecitato, recuperi o meno centimetri.

Forse era proprio questa la notizia che ci serviva per iniziare sul serio a combattere l'inquinamento...

sabato 27 febbraio 2010

Un Po sporco

Sette serbatoi che non è facile azionare né aprire. Il disastro del Lambro è stato sicuramente un sabotaggio ed ora è corsa contro il tempo: gran parte del materiale oleoso è stato bloccato dalla diga della centrale elettrica di Piacenza ma l' "onda nera" (lunga 70 km) sembra che raggiungerà l'Adriatico e il delta del Po entro domani. Sono seicentomila litri di sostanze inquinanti, 2000 tonnellate di materiale, per la maggior parte idrocarburi. Dietro il sabotaggio appalti per un progetto milionario. Quasi 200mila metri quadri di superfici, piste ciclabili ed edifici ecosostenibili sui terreni della Lombarda Petroli, l´ex raffineria di Villasanta a Monza da cui qualcuno, nella notte tra lunedì e martedì, ha fatto uscire gli ottomila metri cubi di petrolio che hanno avvelenato il Lambro per poi riversarsi nel Po. Su quell´impianto, e sui terreni che lo circondano, dovrebbero sorgere appartamenti, negozi, capannoni industriali, un grande centro direzionale. Il rischio è reale ma si cerca di evitare la catastrofe nella catastrofe. Sui rischi di inquinamento della falda acquifera, Bertolaso ha risposto che «al momento non abbiamo indicazioni». Intanto però è il Wwf ad avvertire che «tutto l’ecosistema è in pericolo»: i dieci milioni di litri di olio combustibile e petrolio riversati sul Lambro faranno danni ai fiume, agli animali, all’agricoltura. E se dovesse raggiungere il delta del Po sarebbe a rischio anche la migrazione e lo svernamento degli uccelli acquatici.
I colpevoli? «Ecoterroristi», secondo la Procura di Monza che sta indagando per disastro ambientale e inquinamento delle acque. L’ex raffineria Lombarda Petroli di Villasanta, da cui è partita la marea nera, è sotto sequestro. Ora si lavora per bonificare le fognature e capire se ci sono state delle violazioni da parte della proprietà. L’anno scorso la proprietà aveva fatto domanda per uscire dalla lista delle aziende pericolose e per questo pare che avesse autocertificato di conservare nelle cisterne meno olio combustibile di quanto ce ne fosse davvero.